Nina
era tutta trafelata quando entrò nell'appartamento di sua madre.
Leo, con le sue zampe lunghe e pesanti, l'aveva costretta a salire le
scale di corsa, trascinandola agganciata al guinzaglio, quasi non
vedesse l'ora di tornare dove aveva abitato per diversi anni; dove
aveva vegliato la sua padrona fino alla mattina in cui la morte se la
prese, e da quel giorno finì a vivere con la figlia della donna. In
quei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Eva, sua
madre, Nina era solita capitare in quella casa: c'erano un sacco di
affari da sbrigare, e nel fine settimana si fermava con più calma
per riordinare un po' di cose e completare il trasloco di quel che le
occorreva per accudire con perizia Leo, il borzoi russo: un levriero
straordinario, elegante e fiero, originario della Russia, appunto,
donato a Eva quando ancora era un cucciolo.
Vista
la foga con cui il cane aveva affrontato il primo ritorno nella sua
vecchia dimora, giunta nell'ingresso dell'abitazione, Nina lasciò
subito Leo libero di vagare per casa, mentre lei si concentrava su
quel che aveva deciso di racimolare dalla stanza degli orrori. In
famiglia chiamavano così un vano ripostiglio in cui finiva tutto ciò
che non aveva una precisa collocazione nel resto dell'appartamento,
oltre alle scorte di viveri, ai prodotti di toelettatura e
quant'altro necessario alla cura del cane.
Mentre
rovistava nello scaffale dispensa in cerca delle confezioni di cibo
rimaste, le cadde l'occhio su una busta, una sorta di pacchetto di
carta plastificata trasparente, simile a quella che usano nelle
lavanderie per riparare gli abiti puliti e stirati. Era un involucro
delle dimensioni di un libro, contenente qualcosa evocante delle
lettere o comunque della carta, che faceva capolino tra una
scatoletta e l'altra.
Nina
la prese, la esaminò perché non capiva cosa fosse e a cosa potesse
servire nella vita di un cane, e girandosela tra le mani notò, sul
nastro adesivo in carta che la sigillava, una scritta precisa ma
dalla grafia disordinata e a caratteri misti: “NON APRITE! In caso
di morte, bruciatelo. VI PREGO, è l'unico segreto che ho. Eva”.
A
quella lettura, Nina rimase turbata, sentì il sangue raggelarsi e un
velo di inquietudine la pervase. Sensazioni e sentimenti svariati si
impossessarono del suo pensiero, la sua immaginazione cominciò a
presentarle incessantemente e con straordinaria vivezza dei quadri
che dipingevano episodi della vita della madre. In pochi secondi, una
sorta di rapidissima carrellata di immagini abitarono la sua mente,
miriade di domande vi imperversarono e altrettante risposte cercarono
casa in ciò che sapeva di sua mamma. Fra tutti, un senso di
imbarazzo prese il sopravvento, perché c'era qualcosa che le
suggeriva che il ritrovato contenesse notizie di un tradimento,
magari dettagli di una relazione clandestina vissuta durante gli anni
di matrimonio con suo padre. In effetti, quando capita di scovare
degli incartamenti nascosti, l'immaginazione corre spedita, spesso
senza una vera ragione, a temi pruriginosi, quasi che una persona
debba nascondere per forza lettere d'amore.
In
preda ai molteplici pensieri, Nina si risolse a chiamare Leonora:
doveva dirle cosa stava vedendo! Le sembrò giusto che anche la
sorella sapesse che c'era qualcosa della madre che non conoscevano, e
soprattutto pensò che con la complicità di Leonora sarebbe stato
più facile decidere che fare.
Al
telefono però si limitò a raccontarle di un ritrovamento, senza
specificare il tenore di quella scritta inquietante, sottolineando
che non fosse necessario esaminarlo immediatamente. Tuttavia Nina non
fu abbastanza convincente e non riuscì a risparmiare a Leonora la
curiosità di vedere al più presto l'involto, tant'è che nel giro
di un quarto d'ora si ritrovarono entrambe in casa di mamma ad
analizzarlo.
Leonora
s'irrigidì appena lesse il dettato con preghiera, ma il suo
temperamento algido e il tono serio e compassato che la
caratterizzavano, non permisero che le si instillassero incertezze
sul da farsi; così se Nina mostrò una latente titubanza di
curiosità incentivante il desiderio di aprire la busta, Leonora, con
una punta di durezza, disse che le parole della madre non lasciavano
spazio a dubbi, e che sarebbe stato oltretutto un delitto morale
disattendere la volontà di una defunta: si trattava solo di trovare
un luogo adatto alla cremazione. La sorella al contrario sostenne che
quella la dicitura poteva essere letta come una sorta di
dichiarazione implicita e subliminale a scartare il pacco. Anzi,
sarebbe potuta essere specifica intenzione di Eva svelare solo dopo
la morte una verità scomoda, inscenando tutto al fine di palesare il
suo segreto tanto imbarazzante, ma del quale di fatto non si era mai
voluta sbarazzare definitivamente, giacché continuò a conservare
del materiale che lo avrebbe potuto compromettere.
Intanto,
in quello scenario a lui amichevole, Leo non lasciò inesplorato
neppure un angolo dell'appartamento, e trovatosi in cucina addentò
il plico lasciato da Leonora sulla credenza e direttosi verso il
balcone prospiciente la strada principale lo lasciò cadere oltre la
balaustra.
Le
sorelle insistevano a confrontare le rispettive sensazioni:
sentimenti combattuti si alternarono, ricordi splendidi e momenti bui
si intervallarono, senza che nulla aprisse però nella mente delle
donne un passaggio sicuro verso la verità. L'amore incondizionato e
il rispetto assoluto per la madre impedirono a entrambe una
valutazione disincantata, facendo escludere aprioristicamente
qualsiasi ipotesi di azione violenta. Anche considerando il periodo
più travagliato della vita di Eva, quando come dirigente di un
movimento politico di studio e di analisi trotskista trascorse lunghi
periodi a Parigi, a Londra e poi a Cuba, non riuscirono a
configurarsi una possibile eventualità da occultare, benché fu
indubbiamente quella la stagione più fumosa e a loro meno nota,
quella che più di altre poteva celare misteri; inoltre erano
entrambe molto piccole, allora, e conservavano ricordi assolutamente
vaghi. La sola memoria nitida era quella del giorno in cui, arrivando
da Cuba, Eva portò con sé Leo, il cucciolo di Borzoi, nato da un
esemplare vecchio e malandato, il cui proprietario era deceduto
qualche tempo prima.
Indubbiamente
ciò che angustiava maggiormente entrambe, però, era l'eventualità
di scoprire notizie che le riguardassero direttamente. Specialmente
Leonora, si era un po' come fissata
che quelle carte avrebbero rivelato che lei non era figlia
naturale dei suoi genitori, o forse che la sua nascita non era stata
desiderata. Insomma, era ormai convinta che contenessero notizie che
l'avrebbero certamente destabilizzata, compromettendo un rapporto
fino ad allora sereno con i genitori. Ecco forse la ragione per cui
escludeva a prescindere l'eventuale apertura. Nina, invece, ancorata
all'idea di partenza, temeva più semplicemente che vi fossero
raccolte le confessioni di un tradimento amoroso.
Nel
dubbio attanagliante, le donne decisero di allontanarsi. Sul momento
non adottarono alcuna decisione ineluttabile, dandosi piuttosto
appuntamento di lì a qualche giorno, dopo aver riflettuto con calma,
per poi agire con la dovuta consapevolezza. Nina quindi raccolse i
preparati alimentari per Leo e con lui si avviò verso casa. Il cane
era particolarmente vivace quella sera, la strattonò spesso
attirando le sue attenzioni, e non mancò di pensare appunto agli
eventuali legami che l'animale poteva avere con quella faccenda,
perché nulla andava sottostimato. A tal proposito riuscì solo a
notare quantomeno bizzarra la scelta di quella razza, così originale
ed esclusiva: in fondo i borzoi furono i cani degli zar russi e più
tardi della cosiddetta nomenklatura. Ripensò altresì all'attivismo
di Eva nella Quarta Internazionale, l'organizzazione fondata da Lev
Trotsky nel 1938 e ancora attiva a livello internazionale. Non trovò
appigli.
Tre
giorni dopo, il quotidiano locale titolava: «Ritrovato carteggio
appartenuto a una ex rivoluzionaria comunista – Riaperte le
indagini sulla morte dell'agente Ramón Mercader. Si cerca una donna
che confessa di aver provocato l'urlo di Mercader.
L'urlo
di dolore che per trentotto anni rimbombò incessantemente nelle
tempie dell'assassino di Trotsky, quando colpì quest'ultimo al
cranio con una piccozza, parrebbe essersi ripetuto proprio
nell'istante in cui Mercader fu ferito a morte dalla compagna Eva».