Sempre
più spesso, lo sogno incredibilmente vicino. Vedo le sue dita
corpose intente a vergare una lettera che da troppi giorni aspetto e
forse mai leggerò. Chino al tavolo, con lo sguardo rivolto al breve
vuoto che lo circonda, lo ammiro nella sua pienezza mentre scrive
dolci parole: quelle che mi ripete ogni volta che mi abbraccia. I
suoi occhi grandi, scuri e profondi, si aggrappano ai miei in cerca
della forza dello sguardo. Mi colpisce il contrasto tra l'imponenza e
la determinazione che manifesta, e la sua insospettabile leggerezza
di movimenti. L'odore immaginato del limone unito al gelsomino e al
basilico, sprigionati dalla sua pelle, inebriano il mio sonno.
Questi
sogni si chiudono sempre con la sua mano pesante che scivola in una
carezza sulla mia schiena: la percorre interamente fino a
saccheggiarmi laggiù, poi si nasconde tra le lenzuola. Ma destandomi
non la trovo.
A
ogni risveglio si vivifica prepotente nel mio pensiero la sua
immagine. Ma non è la figura reale quella che vedo: è una visione
singolare, la stessa che si rinnova ogni qualvolta facciamo l'amore.
Perché nei momenti d'intimità la sua silhouette cambia, quasi si
assottigliasse e i contorni si riducessero: il suo viso si snellisce
e si allunga e il suo sguardo si fa più vivido, e mi perfora gli
occhi; il corpo, rimpicciolendosi, pare coincidere perfettamente col
mio. Mentre le labbra tumide si dilatano vistosamente, diventa un
altro lui che solo la mia visuale erotica può apprezzare. Ora,
invece, chissà quanto si sente ingombrante in quello spazio
ristretto.
Ma
io voglio ricordarlo della mia stessa misura, per aiutarmi a
scacciare immagini scomode dalla memoria.
Purtroppo,
non riesco a mondare del tutto i miei pensieri. Visioni indelebili,
moleste abitano costantemente i ricordi, e incessantemente e senza
sforzo si ripresentano. Nello schermo che è la mia mente, appaiono
nitide le immagini di quando le carezze hanno lasciato posto agli
schiaffi, di quando possedermi carnalmente non gli è bastato e mi ha
toccato troppo forte.
Più
volte in passato mi aveva affibbiato colpi che arrossavano appena il
biancore dell'incarnato, senza lasciare evidenti residui. L'ultima
volta invece c'è andato giù pesante. Ero tutta un livido quando
nuda, sdraiata a pancia in giù sul divano, con l'avambraccio che
nascondeva lo zigomo sanguinante e raccoglieva una parte di capelli
impedendogli di constatare che singhiozzavo sommessamente, se ne è
andato. Le natiche rosso vivo erano un reticolo di piaghe gonfie. Da
alcune ferite sulla schiena usciva sangue. Un rivolo scendeva giù
per le cosce. Quando finalmente sono riuscita ad alzarmi, ho trovato
giusto la forza per raccogliere l'accappatoio prima di crollare a
terra priva di sensi.
Non
che io abbia avuto troppo paura: anche quella volta ho cercato di
reagire. Mica sono come quelle ragazzette che si spaventano al primo
ceffone! Non sono mai scappata quando mi ha fatto male: credevo che
in fondo fosse il suo modo di farmi sapere che mi amava, era come se
incidesse quelle parole da qualche parte dentro di me.
Nemmeno
volevo pensare che l'energia che m'imprimeva fosse tesa a
danneggiarmi. Piuttosto erano attenzioni che mi riservava, e più me
ne dava, più significava che ero importante per lui. Era l'amore che
diventava azione; ma di una azione che straziava il corpo.
L'ultima
volta però mi è sembrato diverso, ho avuto la sensazione che fosse
andato davvero troppo a fondo. Mi son sentita ferita fuori e dentro.
Ora
per fortuna la carne non sanguina più e anche la clavicola si sta
rinsaldando; il cuore, invece, lui ha una cicatrice perenne, talmente
profonda che sento indolenzite persino le articolazioni dell'anima.
Tuttavia
residua un soffio di fiducia, capace di convincermi che lui mi faccia
solo bene. È il mio dolore che si fa amore, è la sofferenza che
subisce la metamorfosi del sentimento, e proprio in esso trova
impulso la forza per sopportare, per sperare che tutto questo
finisca, che prima o poi si aggiusti da solo.
Perché io lo amo,
nonostante tutto. Solo un amore sconfinato e incondizionato può
spingere a sopportare tutto ciò che mi ha fatto, tutto il dolore che
mi ha cagionato.
E
non ho nessuna intenzione di perderlo; non voglio fare a meno di lui;
non sono ancora pronta per starne senza. Non ho il coraggio di
spezzare le catene della prevaricazione e della tracotanza con le
quali mi ha legato per avermi sempre con sé. E tutto questo lui lo
sa. Ecco perché sono certa che non ha neanche dubitato che io
abbia fatto parola dell'accaduto. Sono stati loro infatti, quelli
dell'ospedale, a dire tutto. E facendolo lo hanno condotto lontano.
Da
qualche mese, così, ho perso le sue tracce. D'altra parte era
prevedibile: è un tipo talmente altezzoso e bizzarro che deve pur
distinguersi, no?; o piuttosto sarà risentito perché non gli ho
mandato la “foto promemoria”, come l'aveva chiamata buffamente, e
che mi aveva consigliato di inviargli? Perché capitava che lo
facessi, di mandargli foto. Erano immagini che mi ritraevano, magari
in atteggiamenti provocanti, giusto per incuriosirlo. Il fatto è che
non ho avuto l'alimentatore della fotocamera a portata di mano,
quindi niente produzione nuova, niente fotografia invitante e niente
regalo. Il mio atteggiamento lavativo mi costerà una dura punizione,
immagino; o al contrario potrebbe garantirmi un premio per la
noncuranza riservatagli. Chissà, al suo ritorno scoprirò cosa
ribolle in quel suo spirito indomito. Perché so che può essere
severo, fino a usare la forza per ammansirmi, picchiandomi solo dove
non resta traccia. Ma so anche che la mia anima si strugge alla sola
idea di non rivederlo.
Ecco
perché adesso vorrei che fosse lui a mandarmi una fotografia, magari
quella della vista dalla sua finestra, giusto per avere la stessa
prospettiva a scacchi.
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