martedì 3 giugno 2014

Ferita nel corpo, lacerata nell'anima


Sempre più spesso, lo sogno incredibilmente vicino. Vedo le sue dita corpose intente a vergare una lettera che da troppi giorni aspetto e forse mai leggerò. Chino al tavolo, con lo sguardo rivolto al breve vuoto che lo circonda, lo ammiro nella sua pienezza mentre scrive dolci parole: quelle che mi ripete ogni volta che mi abbraccia. I suoi occhi grandi, scuri e profondi, si aggrappano ai miei in cerca della forza dello sguardo. Mi colpisce il contrasto tra l'imponenza e la determinazione che manifesta, e la sua insospettabile leggerezza di movimenti. L'odore immaginato del limone unito al gelsomino e al basilico, sprigionati dalla sua pelle, inebriano il mio sonno.
Questi sogni si chiudono sempre con la sua mano pesante che scivola in una carezza sulla mia schiena: la percorre interamente fino a saccheggiarmi laggiù, poi si nasconde tra le lenzuola. Ma destandomi non la trovo.
A ogni risveglio si vivifica prepotente nel mio pensiero la sua immagine. Ma non è la figura reale quella che vedo: è una visione singolare, la stessa che si rinnova ogni qualvolta facciamo l'amore. Perché nei momenti d'intimità la sua silhouette cambia, quasi si assottigliasse e i contorni si riducessero: il suo viso si snellisce e si allunga e il suo sguardo si fa più vivido, e mi perfora gli occhi; il corpo, rimpicciolendosi, pare coincidere perfettamente col mio. Mentre le labbra tumide si dilatano vistosamente, diventa un altro lui che solo la mia visuale erotica può apprezzare. Ora, invece, chissà quanto si sente ingombrante in quello spazio ristretto.
Ma io voglio ricordarlo della mia stessa misura, per aiutarmi a scacciare immagini scomode dalla memoria.
Purtroppo, non riesco a mondare del tutto i miei pensieri. Visioni indelebili, moleste abitano costantemente i ricordi, e incessantemente e senza sforzo si ripresentano. Nello schermo che è la mia mente, appaiono nitide le immagini di quando le carezze hanno lasciato posto agli schiaffi, di quando possedermi carnalmente non gli è bastato e mi ha toccato troppo forte.
Più volte in passato mi aveva affibbiato colpi che arrossavano appena il biancore dell'incarnato, senza lasciare evidenti residui. L'ultima volta invece c'è andato giù pesante. Ero tutta un livido quando nuda, sdraiata a pancia in giù sul divano, con l'avambraccio che nascondeva lo zigomo sanguinante e raccoglieva una parte di capelli impedendogli di constatare che singhiozzavo sommessamente, se ne è andato. Le natiche rosso vivo erano un reticolo di piaghe gonfie. Da alcune ferite sulla schiena usciva sangue. Un rivolo scendeva giù per le cosce. Quando finalmente sono riuscita ad alzarmi, ho trovato giusto la forza per raccogliere l'accappatoio prima di crollare a terra priva di sensi.
Non che io abbia avuto troppo paura: anche quella volta ho cercato di reagire. Mica sono come quelle ragazzette che si spaventano al primo ceffone! Non sono mai scappata quando mi ha fatto male: credevo che in fondo fosse il suo modo di farmi sapere che mi amava, era come se incidesse quelle parole da qualche parte dentro di me.
Nemmeno volevo pensare che l'energia che m'imprimeva fosse tesa a danneggiarmi. Piuttosto erano attenzioni che mi riservava, e più me ne dava, più significava che ero importante per lui. Era l'amore che diventava azione; ma di una azione che straziava il corpo.
L'ultima volta però mi è sembrato diverso, ho avuto la sensazione che fosse andato davvero troppo a fondo. Mi son sentita ferita fuori e dentro.
Ora per fortuna la carne non sanguina più e anche la clavicola si sta rinsaldando; il cuore, invece, lui ha una cicatrice perenne, talmente profonda che sento indolenzite persino le articolazioni dell'anima.
Tuttavia residua un soffio di fiducia, capace di convincermi che lui mi faccia solo bene. È il mio dolore che si fa amore, è la sofferenza che subisce la metamorfosi del sentimento, e proprio in esso trova impulso la forza per sopportare, per sperare che tutto questo finisca, che prima o poi si aggiusti da solo.
Perché io lo amo, nonostante tutto. Solo un amore sconfinato e incondizionato può spingere a sopportare tutto ciò che mi ha fatto, tutto il dolore che mi ha cagionato.
E non ho nessuna intenzione di perderlo; non voglio fare a meno di lui; non sono ancora pronta per starne senza. Non ho il coraggio di spezzare le catene della prevaricazione e della tracotanza con le quali mi ha legato per avermi sempre con sé. E tutto questo lui lo sa. Ecco perché sono certa che non ha neanche dubitato che io abbia fatto parola dell'accaduto. Sono stati loro infatti, quelli dell'ospedale, a dire tutto. E facendolo lo hanno condotto lontano.
Da qualche mese, così, ho perso le sue tracce. D'altra parte era prevedibile: è un tipo talmente altezzoso e bizzarro che deve pur distinguersi, no?; o piuttosto sarà risentito perché non gli ho mandato la “foto promemoria”, come l'aveva chiamata buffamente, e che mi aveva consigliato di inviargli? Perché capitava che lo facessi, di mandargli foto. Erano immagini che mi ritraevano, magari in atteggiamenti provocanti, giusto per incuriosirlo. Il fatto è che non ho avuto l'alimentatore della fotocamera a portata di mano, quindi niente produzione nuova, niente fotografia invitante e niente regalo. Il mio atteggiamento lavativo mi costerà una dura punizione, immagino; o al contrario potrebbe garantirmi un premio per la noncuranza riservatagli. Chissà, al suo ritorno scoprirò cosa ribolle in quel suo spirito indomito. Perché so che può essere severo, fino a usare la forza per ammansirmi, picchiandomi solo dove non resta traccia. Ma so anche che la mia anima si strugge alla sola idea di non rivederlo.
Ecco perché adesso vorrei che fosse lui a mandarmi una fotografia, magari quella della vista dalla sua finestra, giusto per avere la stessa prospettiva a scacchi.


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