martedì 22 aprile 2014

L'urlo di Ramon


Nina era tutta trafelata quando entrò nell'appartamento di sua madre. Leo, con le sue zampe lunghe e pesanti, l'aveva costretta a salire le scale di corsa, trascinandola agganciata al guinzaglio, quasi non vedesse l'ora di tornare dove aveva abitato per diversi anni; dove aveva vegliato la sua padrona fino alla mattina in cui la morte se la prese, e da quel giorno finì a vivere con la figlia della donna. In quei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Eva, sua madre, Nina era solita capitare in quella casa: c'erano un sacco di affari da sbrigare, e nel fine settimana si fermava con più calma per riordinare un po' di cose e completare il trasloco di quel che le occorreva per accudire con perizia Leo, il borzoi russo: un levriero straordinario, elegante e fiero, originario della Russia, appunto, donato a Eva quando ancora era un cucciolo.
Vista la foga con cui il cane aveva affrontato il primo ritorno nella sua vecchia dimora, giunta nell'ingresso dell'abitazione, Nina lasciò subito Leo libero di vagare per casa, mentre lei si concentrava su quel che aveva deciso di racimolare dalla stanza degli orrori. In famiglia chiamavano così un vano ripostiglio in cui finiva tutto ciò che non aveva una precisa collocazione nel resto dell'appartamento, oltre alle scorte di viveri, ai prodotti di toelettatura e quant'altro necessario alla cura del cane.
Mentre rovistava nello scaffale dispensa in cerca delle confezioni di cibo rimaste, le cadde l'occhio su una busta, una sorta di pacchetto di carta plastificata trasparente, simile a quella che usano nelle lavanderie per riparare gli abiti puliti e stirati. Era un involucro delle dimensioni di un libro, contenente qualcosa evocante delle lettere o comunque della carta, che faceva capolino tra una scatoletta e l'altra.
Nina la prese, la esaminò perché non capiva cosa fosse e a cosa potesse servire nella vita di un cane, e girandosela tra le mani notò, sul nastro adesivo in carta che la sigillava, una scritta precisa ma dalla grafia disordinata e a caratteri misti: “NON APRITE! In caso di morte, bruciatelo. VI PREGO, è l'unico segreto che ho. Eva”.
A quella lettura, Nina rimase turbata, sentì il sangue raggelarsi e un velo di inquietudine la pervase. Sensazioni e sentimenti svariati si impossessarono del suo pensiero, la sua immaginazione cominciò a presentarle incessantemente e con straordinaria vivezza dei quadri che dipingevano episodi della vita della madre. In pochi secondi, una sorta di rapidissima carrellata di immagini abitarono la sua mente, miriade di domande vi imperversarono e altrettante risposte cercarono casa in ciò che sapeva di sua mamma. Fra tutti, un senso di imbarazzo prese il sopravvento, perché c'era qualcosa che le suggeriva che il ritrovato contenesse notizie di un tradimento, magari dettagli di una relazione clandestina vissuta durante gli anni di matrimonio con suo padre. In effetti, quando capita di scovare degli incartamenti nascosti, l'immaginazione corre spedita, spesso senza una vera ragione, a temi pruriginosi, quasi che una persona debba nascondere per forza lettere d'amore.
In preda ai molteplici pensieri, Nina si risolse a chiamare Leonora: doveva dirle cosa stava vedendo! Le sembrò giusto che anche la sorella sapesse che c'era qualcosa della madre che non conoscevano, e soprattutto pensò che con la complicità di Leonora sarebbe stato più facile decidere che fare.
Al telefono però si limitò a raccontarle di un ritrovamento, senza specificare il tenore di quella scritta inquietante, sottolineando che non fosse necessario esaminarlo immediatamente. Tuttavia Nina non fu abbastanza convincente e non riuscì a risparmiare a Leonora la curiosità di vedere al più presto l'involto, tant'è che nel giro di un quarto d'ora si ritrovarono entrambe in casa di mamma ad analizzarlo.
Leonora s'irrigidì appena lesse il dettato con preghiera, ma il suo temperamento algido e il tono serio e compassato che la caratterizzavano, non permisero che le si instillassero incertezze sul da farsi; così se Nina mostrò una latente titubanza di curiosità incentivante il desiderio di aprire la busta, Leonora, con una punta di durezza, disse che le parole della madre non lasciavano spazio a dubbi, e che sarebbe stato oltretutto un delitto morale disattendere la volontà di una defunta: si trattava solo di trovare un luogo adatto alla cremazione. La sorella al contrario sostenne che quella la dicitura poteva essere letta come una sorta di dichiarazione implicita e subliminale a scartare il pacco. Anzi, sarebbe potuta essere specifica intenzione di Eva svelare solo dopo la morte una verità scomoda, inscenando tutto al fine di palesare il suo segreto tanto imbarazzante, ma del quale di fatto non si era mai voluta sbarazzare definitivamente, giacché continuò a conservare del materiale che lo avrebbe potuto compromettere.
Intanto, in quello scenario a lui amichevole, Leo non lasciò inesplorato neppure un angolo dell'appartamento, e trovatosi in cucina addentò il plico lasciato da Leonora sulla credenza e direttosi verso il balcone prospiciente la strada principale lo lasciò cadere oltre la balaustra.
Le sorelle insistevano a confrontare le rispettive sensazioni: sentimenti combattuti si alternarono, ricordi splendidi e momenti bui si intervallarono, senza che nulla aprisse però nella mente delle donne un passaggio sicuro verso la verità. L'amore incondizionato e il rispetto assoluto per la madre impedirono a entrambe una valutazione disincantata, facendo escludere aprioristicamente qualsiasi ipotesi di azione violenta. Anche considerando il periodo più travagliato della vita di Eva, quando come dirigente di un movimento politico di studio e di analisi trotskista trascorse lunghi periodi a Parigi, a Londra e poi a Cuba, non riuscirono a configurarsi una possibile eventualità da occultare, benché fu indubbiamente quella la stagione più fumosa e a loro meno nota, quella che più di altre poteva celare misteri; inoltre erano entrambe molto piccole, allora, e conservavano ricordi assolutamente vaghi. La sola memoria nitida era quella del giorno in cui, arrivando da Cuba, Eva portò con sé Leo, il cucciolo di Borzoi, nato da un esemplare vecchio e malandato, il cui proprietario era deceduto qualche tempo prima.
Indubbiamente ciò che angustiava maggiormente entrambe, però, era l'eventualità di scoprire notizie che le riguardassero direttamente. Specialmente Leonora, si era un po' come fissata che quelle carte avrebbero rivelato che lei non era figlia naturale dei suoi genitori, o forse che la sua nascita non era stata desiderata. Insomma, era ormai convinta che contenessero notizie che l'avrebbero certamente destabilizzata, compromettendo un rapporto fino ad allora sereno con i genitori. Ecco forse la ragione per cui escludeva a prescindere l'eventuale apertura. Nina, invece, ancorata all'idea di partenza, temeva più semplicemente che vi fossero raccolte le confessioni di un tradimento amoroso.
Nel dubbio attanagliante, le donne decisero di allontanarsi. Sul momento non adottarono alcuna decisione ineluttabile, dandosi piuttosto appuntamento di lì a qualche giorno, dopo aver riflettuto con calma, per poi agire con la dovuta consapevolezza. Nina quindi raccolse i preparati alimentari per Leo e con lui si avviò verso casa. Il cane era particolarmente vivace quella sera, la strattonò spesso attirando le sue attenzioni, e non mancò di pensare appunto agli eventuali legami che l'animale poteva avere con quella faccenda, perché nulla andava sottostimato. A tal proposito riuscì solo a notare quantomeno bizzarra la scelta di quella razza, così originale ed esclusiva: in fondo i borzoi furono i cani degli zar russi e più tardi della cosiddetta nomenklatura. Ripensò altresì all'attivismo di Eva nella Quarta Internazionale, l'organizzazione fondata da Lev Trotsky nel 1938 e ancora attiva a livello internazionale. Non trovò appigli.



Tre giorni dopo, il quotidiano locale titolava: «Ritrovato carteggio appartenuto a una ex rivoluzionaria comunista – Riaperte le indagini sulla morte dell'agente Ramón Mercader. Si cerca una donna che confessa di aver provocato l'urlo di Mercader.
L'urlo di dolore che per trentotto anni rimbombò incessantemente nelle tempie dell'assassino di Trotsky, quando colpì quest'ultimo al cranio con una piccozza, parrebbe essersi ripetuto proprio nell'istante in cui Mercader fu ferito a morte dalla compagna Eva».


domenica 13 aprile 2014

Dico di me

Amo Fabio, la scrittura e la pittura, la birra, la Juventus, Pavia, De André, i jeans, la polenta, gli orologi da polso, i mobili IKEA, ballare la polka, L'Internazionale, Firenze, i libri, gli schizzi della buccia di mandarino strizzata, il forno a legna, Trotskij, L'avvelenata, il rugby, il Verdana, Cent'anni di solitudine, l'espressionismo, la coppa piacentina, Frida Kahlo, il surrealismo, l'odore dei libri, i partigiani, le lenticchie, il mio profilo, la brischetta chiamata, Bobo supercane inglese, i lamponi, il profumo del mughetto e della glicine, leggere, oziare, il cavallo a dondolo, i nei, il rosso il verde e il blu, le mani grandi, i film di Ken Loach, la minigonna, l'acqua Vichy, le cartine (per rollare il tabacco, intendiamoci), il profumo di casa mia, il marxismo, le barzellette irriverenti, la barba, le panchine, il presepe, i finali a sorpresa, le culture diverse, i ricordi adolescenziali, le foto in bianco e nero, le bilie, l'aroma del caffè, demolire i castelli di sabbia, cantare a squarciagola, il burro spolverato di zucchero, l'odore dell'erba appena tagliata, i Wu Ming, il cielo stellato, i bikini, la brossura, ridere, amare.

Odio l'odore delle auto nuove, le ingiustizie, le lucertole, depilarmi (ma lo faccio comunque, sia chiaro), la neve, le feste, la nostalgia, l'indifferenza, il razzismo, il qualunquismo, la mafia, i piccioni, la violenza, il caminetto, le dita dei piedi, i lamenti inutili, i gatti, le cose scontate, le gite trash, le canzoni di Gigi D'alessio, le maschere, la panna montata.